Racconto di due città

La cronaca delle ultime settimane ci consegna l’immagine di una città governata con il pugno di ferro da poteri intolleranti e ormai perfettamente impermeabili a ogni logica di mediazione politica. Con l’irruzione della polizia in tenuta antisommossa all’interno della biblioteca di Via Zamboni 36 e con l’inaudita violenza subito scatenata contro gli studenti che la occupavano, ad appena una settimana dall’annuncio di sfratto recapitato allo Spazio Pubblico XM24, la guerra dichiarata dal sindaco Merola, dal questore Coccia, dal rettore Ubertini e dal procuratore capo Amato alle esperienze autogestite di questa città ha conosciuto un ulteriore, più che mai preoccupante, salto di qualità.

A fronte del silenzio del rettore il sindaco Merola non ci ha risparmiato una raffica di non meno imbarazzanti esternazioni. Dentro un discorso tutto infarcito di richiami alla “legalità”, alla necessità di contrastare la “violenza” e la “delinquenza”, spicca soprattutto
l’inanità del ragionamento secondo cui l’installazione di tornelli per regolare l’accesso alla biblioteca si sarebbe resa indipensabile per impedire l’ingresso dei tossicodipendenti che stazionano in Piazza Verdi. Ci sembra straordinariamente grave che il sindaco di Bologna, città storicamente universitaria, si esprima in questi termini. È evidente la leggerezza e la vacuità con cui sono invocate misure di controllo al fine di contrastare un fenomeno che è frutto del disastro sociale e della completa mancanza di prospettive in cui sta naufragando un’intera generazione.

La retorica del “degrado — parola dietro la quale si cela la volontà di una gestione autoritaria — è consustanziale a una politica affossa ogni approccio alla tossicodipendenza basato sul principio della riduzione del danno, smantellando sistematicamente i SERT e abolendo i servizi sul territorio. È di pochi giorni fa la dichiarazione con cui l’assessore Rizzo Nervo ha candidamente negato l’esistenza di qualsivoglia intenzione da parte della giunta di riattivare il centro drop-in, punto di accoglienza a bassa soglia per i consumatori di sostanze, chiuso nel 2010 dalla commissaria Cancellieri e mai più riaperto. Niente potrebbe rivelare in modo più cristallino la strategia di questa amministrazione, che mentre distrugge gli ultimi avamposti per la riduzione del danno, si impegna a costruire barriere per separare le persone e reprime chi osa contestarle.

Non diversa è l’analisi che si può fare dell’altra questione ripetutamente sollevata in questi giorni di polemiche, ovvero quella relativa alla molestia sessuale subita al 36 da una studentessa, peraltro ad opera di uno studente. Nell’ateneo che vanta l’esistenza di
un grande gruppo interdisciplinare di lavoro sulle problematiche di genere — Alma Gender — scoprire che i suoi vertici pensino di risolvere il problema del sessismo nell’Università con due tornelli fa un effetto addirittura farsesco. Ben altre sono le modalità che andrebbero messe in campo per combattere il sessismo, che, in forme ed espressioni diverse, pervade da cima a fondo l’intera nostra società, ivi comprese le strutture governamentali di un ateneo dove tuttora docenti donne e ricercatrici sono mantenute in condizione di minorità e di discriminazione salariale.

Il quadro desolante che emerge è quello di una gestione politica basata sulla violenza fisica e morale, su una concezione della città ormai del tutto ricalcata sullo squallido immaginario delle destre più reazionarie.

La verità è che in questa vicenda si stanno confrontano due diverse idee della città, due diversi concetti di “immaginazione civica”, opposti e, a quanto pare, inconciliabili. Dalla parte di chi comanda, c’è l’idea che il prezzo da pagare per la città-vetrina vendibile ai
turisti e ai facoltosi clienti dei negozi del centro sia l’espulsione di ogni forma di disagio, l’emarginazione di chi non sta al passo con il ritmo vorace al quale cresce la richiesta di prestazioni lavorative sempre peggio pagate, la rimozione dall’ordine del visibile di tutte
quelle esistenze che maggiormente denunciano con la loro sofferenza e con la loro rabbia l’enormità della crisi sociale che stiamo vivendo. Dall’altro lato la parte migliore di questa città che si adopera quotidianamente nelle pratiche di autogestione: un largo spettro di soggettività impegnate a costruire percorsi di convivenza e integrazione, esperienze sociali di autodeterminazione che negli spazi sociali autogestiti trovano dei luoghi dove aggregarsi e intrecciare relazioni, confrontarsi, e organizzarsi collettivamente per sottrasi alla mercificazione della vita quotidiana.

L’assalto alla biblioteca arriva dopo una lunga sequela di sgomberi di occupazioni abitative, culminata nello sgombero dell’ex Telecom, dopo gli sgomberi di Bartleby e di Atlantide, dopo le minacce di sgombero a Làbas il mancato rinnovo della convenzione allo spazio sociale il Lazzaretto , dopo l’annuncio con cui Merola ha affermato di voler sgomberare lo spazio pubblico XM24 per sostituirlo con una caserma dei carabinieri. Arriva giusto nel momento in cui il governo, su iniziativa del ministro degli interni Minniti, vara un inquietante provvedimento come il DASPO cittadino, che moltiplicherà in maniera esponenziale la repressione su tutti coloro che siano sospettati di attentare alla sicurezza pubblica, fornendo al sindaco gli strumenti giuridici per allontare dai centri cittadini le figure indesiderate. Se si fa lo sforzo di associare questa novità con l’intento dichiarato del procuratore Amato di indagare collettivi e movimenti sociali per “associazione a delinquere”, il disegno assume maggiore nitidezza, e riporta alla mente il fantasma del fascismo.

Tutto ciò non fa che criminalizzare tutti coloro che contestano questa concezione militar-poliziesca della società, si oppongo alla mercificazione coatta di tutto ciò che esiste, si sottraggono alla continua violenza del razzismo, del sessismo, dell’autoritarismo fascista attraverso pratiche di autorganizzazione e autodeterminazione.

Ma la città che resiste, la città che quotidianamente costruisce percorsi di mutualismo ed emancipazione, la città che — orgogliosa della propria diversità — non piega la testa e non rinuncia alle pratiche di autogetione, questa città, siatene certi, non starà a guardare.

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